Andrea Salvo Rossi

andrea.salvorossi[at]unina.it

Assegnista in: TESTI, TRADIZIONI E CULTURE DEL LIBRO. STUDI ITALIANI E ROMANZI (TTCL Junior)

Titolo del progetto di ricerca: Il metodo dei Discorsi: letture ed interpretazioni della storia antica nell'età del Classicismo


Andrea Salvo Rossi è dottore di ricerca in Filologia presso l’ Università Federico II di Napoli e in Etudes Italiennes presso l’Université Paris 8 (dottorato in cotutela). Dopo aver ottenuto l’abilitazione all’insegnamento, nel 2016 ha vinto il concorso a cattedra per le discipline letterarie e per il latino e quello per le discipline letterarie nella scuola media: dal 2018 è professore di ruolo presso la SMS Andrea Belvedere di Napoli. Presso la Federico II è stato borsista di ricerca nel 2018 nell’ambito del progetto di ricerca DISCOMPOSE finanziato dall’European Research Council; e poi nel 2019-2020 nell’ambito del progetto REMIAM.

  1. Stato della questione

Il panorama della letteratura politica italiana che va dal Sacco di Roma agli anni successivi al concilio tridentino viene perlopiù riassunto per motivi dominanti: il machiavellismo, il tacitismo, la ragion di stato, l’utopia. Quest’approccio tematico risulta privilegiato soprattutto negli studi di storia delle idee, che hanno come obiettivo la definizione di campiture inerenti più alla circolazione dei concetti che non alle condizioni materiali di produzione e diffusione dei diversi oggetti culturali. È in questo modo che è stato possibile ricostruire, mettendo insieme tra loro testi anche molto diversi, quella costellazione che va sotto il nome di ‘paradigma della conservazione politica’ e che – per quanto spesso interpretata come una semplice traccia della decadenza degli stati della penisola successiva alla pace di Cambrai –  rappresenta senz’altro uno dei più originali contributi del pensiero italiano alla costituzione del lessico politico europeo. È evidente, però, che la cartografia di uno spazio letterario condotta per fasci tematici non semplifica il lavoro di classificazione dei singoli testimoni, specie in una produzione alluvionale come quella ‘sul potere’ tra Cinque e Seicento. In questo senso, il rischio è di trasformare le scritture politiche in depositi di idee che, in qualche modo, preesistono e sopravvivono alla loro organizzazione in schemi argomentativi e tipologie testuali. Le definizioni ricordate, infatti, non individuano campi mutualmente escludentisi, quanto piuttosto questioni compresenti del dibattito intellettuale: basti ricordare, ad esempio, che la più fulgida interpretazione della ragion di stato come istanza derogatoria (cioè a dire la più influente interpretazione del concetto alternativa a quella di Botero) si trova nel libro dodicesimo dei Discorsi sopra Cornelio Tacito di Scipione Ammirato. È un’ipostatizzazione indebita, allora, la scelta di definire ‘tacitista’ o ‘ ‘teorico della ragion di stato’ un singolo autore, perché questi nodi risultano spesso sovrapposti all’interno di riflessioni che rispondono a coordinate storico-politiche precise, e soprattutto che si organizzano in forme letterarie differenti. Quest’accavallamento è ancor più evidente se si guarda all’antimachiavellismo: data la precocità e severità della condanna ecclesiastica nei confronti degli scritti del segretario fiorentino (già nel 1539 indicato come hoste humani generis dal cardinale Reginald Pole nella sua Apologia a Carlo V), la disapprovazione delle idee ivi presenti diventa un topos assolutamente trasversale, così come la tendenza a tacciare di machiavellismo i propri avversari per fondare la legittimità delle proprie proposte. A tal punto era egemonica quest’interpretazione ‘demoniaca’ delle opere machiavelliane (scritte, per citare ancora Pole, Satanae digito), che ormai un secolo fa Toffanin proponeva di intendere il tacitismo come tentativo di aggirare la censura, in virtù del quale si pretendeva di scrivere a margine dell’opera di Tacito per poter discutere, in realtà, delle idee di Machiavelli. Per questa ragione, e soprattutto per un secolo in cui si moltiplicavano i tentativi di sistematizzazione dei generi letterari, l’attenzione alle tipologie testuali e alle soglie materiali di produzione della testualità può consentire una comprensione più efficace dei fenomeni in esame.

  1. Metodologia

Il presente progetto di ricerca si propone di muoversi in questa direzione a partire da uno delle forme più diffuse del pensiero politico rinascimentale, ossia i commentari storico-politici. Ciò vuol dire prima di tutto di provare ad interrogare ancora l’influenza machiavelliana sulla trattatistica politica della prima età moderna, ma privilegiando un’analisi non tanto relativa ai suoi contenuti (storici, politici, filosofici), quanto piuttosto alle forme dell’argomentazione, con particolare riferimento al modello dei Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio. Se il Principe, infatti, è ancora ascrivibile ad una tradizione chiara, ancorché straniata nell’opuscolo machiavelliano, come quella degli specula principis, bisogna ricordare che «dietro ai Discorsi non c’è, che si sappia, nulla» (Dionisotti). Questa novità, peraltro rivendicata dall’autore (la celebre «via da alcuno trita» della prima redazione del Proemio dei Discorsi), si presta ad essere fruttuosamente analizzata non tanto cercando i precedenti umanistici per il tipo di commento che Machiavelli istruisce, quanto piuttosto guardando a quella tradizione da esso derivante dei commenti politici ad opere storiche, che attraversa l’intera età del classicismo. Già nel 1947, Arnaldo Momigliano – in un suo studio sulle Observationes di Carlo Pascali sugli Annales (1581) – categorizzava “l’immensa letteratura tacitista” in tre classi principali: le osservazioni scritte a margine degli annali o come aforismi isolati o come commento continuo; i ragionamenti condotti a partire da passi scelti di Tacito; i trattati politici autonomi scritti esclusivamente o quasi a partire da massime tacitiane. Il secondo gruppo – dice sempre Momigliano – non è nient’altro che l’applicazione a Tacito dei “metodi letterari” di Machiavelli. Più di recente, in un articolo su Scipione Ammirato, Michel Senellart è tornato sulla questione, ribadendo come i Discorsi possano essere considerati il primo esempio di un “nuovo genere letterario”, ma precisando che i confini di questo stesso restano ancora da studiare. Che con Machiavelli si inauguri una nuova modalità di intendere la “cognizione delle cose antiche” risulta evidente anche solo a voler considerare quante opere di libera glossa agli storici latini prendono il nome di “discorsi” (e a ricordare che prima del 1531 – anno della princeps dei Discorsi di Machiavelli – non si trovano opere con questo titolo). Accanto al dato quantitativo (per cui si rimanda al corpus allegato alla bibliografia del progetto), può essere indicativa di questa ineludibilità del confronto con il metodo di interpretazione storica proposta da Machiavelli la scelta di Antonio Ciccarelli – il gesuita celebre per aver redatto per conto della Congregazione dell’Indice la versione “riveduta e corretta” del Cortegiano – di dare alle stampe dei suoi Discorsi sopra Tito Livio, nel tentativo di sottrarre gli Ab urbe condita dal magistero machiavelliano. Si ritiene, dunque, che la fortuna dell’opera di Machiavelli non vada misurata solo elencando i temi e i motivi che le sono propri (la religione civile, le armi proprie, i tumulti popolari, per ricordare solo quelli più noti e discussi già all’epoca), cui i suoi epigoni potevano o meno aderire. Altrettanto, se non più forte fu la capacità che i Discorsi ebbero di imporre una modalità di leggere e commentare la storiografia, inedita e di lunghissima durata (si rifanno ancora esplicitamente a Machiavelli, sin dal titolo, i Discorsi sopra gli annali di Tito Livio di Pietro Giannone, compiuti in prima redazione entro il 1739). Senza poter trarre ora le conclusioni attese da un lavoro sistematico di ricognizione e scavo in testi spesso trascurati dalla critica (perché interessanti poco o per nulla dal punto di vista strettamente contenutistico), si può iniziare a dire che questo metodo machiavelliano emerge fin dai primi sondaggi in almeno quattro modi: la natura esorbitante del commento rispetto al luogo commentato; il relativo disinteresse per la cronologia dei passi scelti, che diventano piuttosto degli apoftegmi soggetti a radicale decontestualizzazione; la costruzione di parallelismi tra eventi antichi e moderni che, per analogia e contrasto, consentiva di riflettere su singoli nodi di storia contemporanea all’interno di una concezione esemplare del passato; complessivamente, dunque, una modalità asistematica di condurre la riflessione politica, per frammenti più che per assiomi e corollari.

  1. Obiettivi

I punti appena ricordati circoscrivono il primo obiettivo del presente lavoro, cioè provare a misurare sistematicamente la duttilità di questa forma di commento, che riusciva ad inglobare considerazioni specifiche riguardanti eventi anche molto recenti. Ciò risulta interessante soprattutto perché, nell’arco cronologico considerato, ossia il tardo Rinascimento, le riflessioni de historia conscribenda avevano raggiunto un grande livello di complessità e maturità, giusta la decisiva immissione della Poetica di Aristotele nel panorama letterario. In questo senso, le pratiche di commento rappresentano una terza modalità di interrogazione circa le res gestae accanto alle due maggiori forme di organizzazione del sapere storico: la storiografia vera e propria da un lato (che ha il suo evento dirompente senz’altro nella pubblicazione della Storia d’Italia di Guicciardini nel 1561), i trattati di teoria storiografica (a partire De historica facultate disputatio di Robortello del 1548) dall’altro. Una modalità, aggiungiamo, direttamente innervata nell’orizzonte del classicismo, da intendersi, con Quondam, come quel «principio genetico di tutte le operazioni umane che aspirino alla perfezione, nei campi integrati del bello e del buono»  caratteristico dell’antico regime (e in questo senso non può essere considerato accidentale il fatto che buona parte della riflessione politica primo-moderna si sia sviluppata a margine di testi classici: questo è anzi un dato strutturante, e più importante del regesto di idee che da queste opere emergono). Pertanto, dopo una schedatura delle opere afferenti al canone individuato, ci si propone di far emergere tanto schemi ricorrenti quanto specifiche declinazioni degli stessi: analizzando, dunque, da un lato le modalità condivise di organizzazione della materia (sia interne ai testi: citazioni, traduzioni, rimandi impliciti; sia di soglia: indici, notabilia, tavole dei riferimenti), dall’altro le coordinate precise di produzione delle singole opere (luoghi di edizione e di eventuale ristampa, dedicatari, premesse). L’ambizione è quella di dar ragione della maniera di leggere e interpretare la storia per come essa venivano articolandosi in formazioni discorsive coerenti all’interno di quel più vasto processo di formalizzazione della storia che riguardò l’età rinascimentale.

 

Pubblicazioni in rivista

«Civitatem divisam arbitror»: una fonte ‘sallustiana’ per Discorsi 1.4, in «Studi Rinascimentali», 15 2017, pp. 41-49.

La manifestazione del sacro come messa in scena nei Discorsi di Niccolò Machiavelli, in «Studi e materiali di storia delle religioni», 85/2 2019, pp. 533-544.

L’uso politico della storia antica negli scrittori della cancelleria fiorentina, in «Laboratoire Italien», 23/2019, DOI: 10.4000/laboratoireitalien.3438

La superiorità degli storici antichi: sul Dialogus di Benedetto Accolti, in «Critica letteraria», 189/2020, pp. 663-683.

“Quasi ad verbum”: probelmi di traduzione nei Discorsi di Machiavelli, in «Giornale storico della letteratura italiana», CXCVII 2020, pp. 332-351.

Machiavelli via Harrington: le radici utopiche del repubblicanesimo contemporaneo, in «Griseldaonline», XX 2020, 2 (in corso di pubblicazione).

Atti di convegno/ Capitoli di libri

Orizzonti disattesi. Guicciardini e la storia come crisi, in E. Abignente e E. Canzaniello (a cura di), Le attese: opificio di letteratura reale, Napoli, Ad est dell’equatore, 2016, pp. 215-226

«Né e pazzi né e savi»: la redazione C dei Ricordi e il pensiero della crisi, in L. Battistini et alii (a cura di), La letteratura italiana e le arti, Atti del XX Congresso dell’ADI – Associazione degli Italianisti (Napoli, 7-10 settembre 2016), Roma, Adi editore, 2018, pp. 1-11.

Vita e morte degli uomini illustri. Petrarca e Boccaccio biografi di Annibale, in G. Alfano e V. Caputo (a cura di), «Scrivere la vita altrui». Le forme della biografia dal Tre al Seicento, Milano, FrancoAngeli, 2020, pp. 27-44.

Monografie

Il Livio di Machiavelli. L’uso politico delle fonti, Roma, Salerno Editrice, 2020.